29 Luglio 2012 08:00

L’agonismo nel karate: formazione e Tradizione a confronto.

Alcune riflessioni

“Sotto la spada levata dritta
C’è l’inferno che ti fa tremare
Ma va avanti e troverai
La terra della Beatitudine”
Il libro dei cinque anelli
(五輪の書, “Go rin no sho”)
Miyamoto Musashi
Studiare per conoscere; praticare per capire, queste non dovrebbero essere solamente i precetti di colui che si cimenta nel lungo percorso delle arti marziali, ma anche di qualsiasi essere umano che intenda impadronirsi di una qualsivoglia forma di arte. Le parole nella citazione di apertura del celebre samurai Miyamoto Musashi (1584-1645)1 sintetizzano in modo perfetto le difficoltà di apprendimento che può incontrare il praticante di arti marziali e, nel caso specifico di questa riflessione, del karate.

Giungendo tosto al nocciolo delle problematiche che, seppur nel breve spazio disponibile, cercheremo di approfondire, dando, si spera, un contributo culturale e scientifico, è utile sottolineare come da tantissimo tempo la pratica sportiva nel karate venga percepita da numerosi tecnici e allievi come in antitesi al Dō, ovvero la via originaria di un arte marziale giapponese2.

Partendo dal presupposto che tale situazione sia stata anche in qualche caso “sfruttata” per creare inutili divisioni, generando in più di una occasione una vera diaspora di stili nel mondo del karate, specialmente in quello italiano, non è tuttavia possibile negarne la ancora attuale problematicità3. La visione sportiva quasi esasperata che si ha in molte palestre non è certo un fenomeno trascurabile, poiché il tempo che si dedica alla preparazione tecnico-agonistica in previsione di una gara, non sempre combacia con le necessità della Tradizione, ovvero di quella serie di tecniche e atteggiamenti senza i quali il praticante di arti marziali non può definirsi tale. In primis vi è il contenimento della aggressività, ricerca comune a molte discipline da combattimento, che però viene naturalmente alimentata dall’agonismo: in gara è necessario attaccare, quando invece nel karate tradizionale si insegna principalmente difendersi4. Dunque, la domanda che ci si dovrebbe porre è la seguente: la pratica sportiva è compatibile con le esigenze più intrinseche del karate e quale impatto ha sui praticanti più giovani? Noi riteniamo che l’aspetto negativo non risieda nella competizione in sé, anzi essa può essere un ottimo momento di confronto del proprio livello tecnico con gli altri, bensì nel rendere un qualcosa che invece nasce con altre finalità, un semplice sport. In poche parole, la boxe nasce come sport5, il karate no. Se, per esempio, ci soffermiamo sui due stili maggiormente praticati e studiati: lo Shōtōkan-ryū e il Wadō-ryū, dobbiamo costatare come la pratica sportiva non rientrava nelle intenzioni dei due fondatori. Da una parte, Gichin Funakoshi (1868-1957) non ha contemplato la possibilità di una versione sportiva del karate, entrando talvolta anche in aperto contrasto con altri maestri dalla visione più “moderna”. Dall’altra, Hironori Ōtsuka (1892-1982), sebbene abbia introdotto col suo Wadō diverse migliorie allo stile creato da Funakoshi, con l’apporto del Jūjitsu aveva auspicato sì una versione più dinamica del karate, ma non in chiave sportiva, bensì efficace in un combattimento reale, in altre parole utile per la difesa personale. Dobbiamo rammentarci che in passato si praticavano e si insegnavano le arti marziali con lo scopo di utilizzarle efficacemente in combattimento. Non ha molto senso perciò parlare del valore educativo delle arti marziali alla origine: il loro aspetto pedagogico era limitato all’ambito della classe guerriera; ergo, il valore educativo del karate, come di qualsiasi altra disciplina analoga, nasce con il suo cambiamento di “uso”: nel combattimento sportivo esistono i concetti di vittoria o sconfitta, ma non più di vita o morte. Il passaggio da un addestramento militare a uno tecnico-agonistico ha comportato obbligatoriamente l’inserimento di elementi didattici legati alla psicologia e alla fisiologia, così da mantenere in salute ed equilibrio sia la mente che il corpo del praticante. Un grande contributo verso questa evoluzione sociale delle arti marziali è stato dato dal fondatore del Jūdō, Kano Jigōrō6.
“L’abile guerriero ottiene [...] con l’autorità, e non poggiando sugli uomini. In tal modo sceglie i giusti elementi e sfrutta correttamente le energie”7, queste acute parole di quello che è considerato uno dei padri della strategia militare, il venerabile generale e scrittore cinese Sun Tzu8, ci dovrebbero far riflettere su quanto le arti marziali, benché ormai scevre del proprio fine militare, debbano sempre mirare verso un solo fine: il perfezionamento dell’individuo, il quale vive questa metaforica battaglia verso il miglioramento in una condizione di quasi autarchia individuale. Difatti, malgrado in palestra siamo guidati nell’allenamento da un maestro, insieme ad altri compagni, nella pratica siamo pur sempre soli, dunque unici responsabili dei nostri fallimenti e successi, e del modo in cui dosiamo le energie. In fondo, trattasi di un concetto antico, che unisce Occidente e Oriente, e che risuona con forza in un celebre passaggio del Giulio Cesare (1599 ca.) di William Shakespeare: “La colpa, caro Bruto, non è nelle stelle ma in noi stessi”. Ragion per cui, una parte cruciale dell’allenamento agonistico è rappresentata dall’aspetto motivazionale, sempre inserito in quella ricerca interiore che dovrebbe mettere noi stessi al centro di vittorie e sconfitte, spinti da una voglia di ascesa dinamica e vitale, sintetizzata in modo magistrale da Mishima Yukio, celebre scrittore giapponese, nonché studioso di arti marziali: “Un agile sistema nervoso motorio, muscoli possenti, gioventù, forza, passione, purezza […]”9.

Questa motivazione non può certo essere pretesa nell’allievo, il quale per giunta, segnatamente in giovanissima età, si nutre di spirito emulativo. Quest’ultimo aspetto dovrebbe essere sempre preso in massima considerazione da tutti gli insegnanti tecnici, ed esso stesso va ben oltre la limitata sfera delle arti marziali, poiché quello che noi mostriamo sarà immancabilmente quello che noi insegniamo. Dunque, il docente dovrebbe non soltanto parametrare la difficoltà degli esercizi in base al tipo di allievo, ma ancor di più essere all’altezza della situazione, poiché sarà sempre e comunque lui/lei il termine di paragone di un giovane praticante: “[…], desidero dare me stesso fino alla morte e, pur avendo la mia età, non essere da meno dei giovani che mi circondano”10. Ancora Mishima ci ricorda quanto sia doveroso per una “guida” intellettuale e morale, accettare di “non essere da meno” dei propri discenti, annullando in tal guisa qualsivoglia tentazione di autoritarismo da parte di chi insegna.
Come scrive Musashi “l’arte della sciabola è l’arte pragmatica”. Le arti marziali avevano perciò originariamente finalità concrete: occorreva che fossero utili e letali. Non diremmo certo nulla di nuovo se stigmatizzassimo dunque la perdita di efficacia delle arti marziali, incluso il karate, che sono andate progressivamente cambiando a favore dell’aspetto sportivo-agonistico. In fin dei conti, da qui nasce la questione più annosa che tocca il ruolo del karate nella società contemporanea. Se da un lato è lecito sostenere che una visione militare di queste discipline sia del tutto anacronistica al giorno d’oggi; dall’altro un esasperato agonismo risulta non soltanto nello snaturamento della disciplina stessa, ma può persino avere risultati scarsamente educativi nel discente. Quante volte vediamo giovani atleti di talento concentrarsi esclusivamente sul kumite o sul kata, tralasciando tutto il resto, solo perché eccellono in quella particolare specialità? In quante palestre gli specialisti di forme non portano da anni agli allenamenti le protezioni in borsa, sacrificando una doverosa completezza tecnica all’effimero altare della medaglia? È necessario perciò far comprendere a chi ci osserva, spesso con speranza e ammirazione, che l’agonismo è un utilissimo di più nel karate, ma non sarà mai il karate.

È forse utile rammentare come le arti marziali giapponesi siano divenute una disciplina educativa a partire dal periodo in cui la classe guerriera scomparve ed esse persero un ruolo di utilità nella società samuraica. Schematicamente parlando, quindi, ciò avvenne nella cosiddetta Restaurazione Meiji (1868-1912). Precedentemente, durante il periodo feudale, le arti marziali erano per i guerrieri il mezzo per affermare il proprio rango sociale, nonché dominare altri strati di popolazione, infinitamente più poveri e deboli. Ogni ordine feudale aveva il suo modello educativo e le arti marziali erano alla base di quello samuraico. Non erano certo una pratica per il tempo libero come avviene oggi.

Come visto, le arti marziali giapponesi (Budō) durante il periodo feudale erano strettamente connesse alla giustificazione di un sistema feudale strettamente gerarchico. I guerrieri venivano educati a impegnare la loro vita nel mantenere questo sistema. L’educazione dei guerrieri era basata sulla morte11. Un guerriero, anche se non sapeva battersi bene, era rispettato se sapeva almeno morire degnamente. Un guerriero valoroso, anche un maestro di arti marziali, se evitava di morire nel momento ritenuto necessario, veniva disprezzato per tutto il resto della vita. Questi sono valori difficilmente riproponibili ai nostri allievi e che noi stessi non comprendiamo a fondo. Se il precetto base che dovremmo seguire è quello di insegnare esclusivamente ciò che conosciamo bene e che condividiamo, ci è subito chiaro quanto ormai la stessa parola “samurai” non sia più di casa in un dōjō moderno. Questa non è una colpa, ma solo una inevitabile conseguenza della evoluzione della società. Del resto, neanche i praticanti di scherma hanno come obiettivo o modello da imitare lo spadaccino dei romanzi di cappa e spada.

Il Budō mira alla formazione globale dell’uomo. La tecnica non viene considerata come l’equivalente dell’oggetto da utilizzare, ma come espressione universale del valore umano. Nell’arte della spada si dice: “Se lo spirito è corretto, la spada è corretta; se lo spirito è cattivo, la spada è cattiva.” Questo particolare concetto giapponese rientra anche in una visione idealizzata del Budō moderno, il cui scopo, ripetiamo, dovrebbe essere la formazione dell’individuo. Dunque, in esso si afferma, a dire il vero con una certa ingenuità, che colui che eccelle nella tecnica è colui che è buono come persona, riproponendo così una suggestiva visione quasi in chiave neoplatonica. Ragion per cui chi eccelle nel Budō è colui che raggiunge un livello di consapevolezza superiore nel cammino dell’uomo. Nel Budō inoltre la tecnica perfetta è spesso qualificata come kami waza (神技): “tecnica divina”. La associazione di divinità alla tecnica umana qui è significativa e dimostra la quasi ossessiva ricerca della perfezione da parte dei giapponesi.

Nel corso del Ventesimo Secolo, l’idea di Budō, e va da sé anche del karate, si confonde entrando in contatto con la cultura e il pensiero occidentale e anche in rapporto al sistema economico mondiale. La grande enfasi sul conseguire una cintura dopo l’altra venne introdotta dai giapponesi per soddisfare l’impazienza degli americani12, che cominciarono a praticare il karate in massa durante l’occupazione del paese.

Al giorno d’oggi, questi discorsi legati alla attualizzazione del Budō lasciano in buona parte il tempo che trovano. Il tentativo, anche non riuscito, di portare il karate alle Olimpiadi ha spinto la disciplina forse persino troppo lontano dalle sue origini. Ogni istruttore sa bene che spesso le capacità in combattimento di molti suoi allievi non hanno niente a che vedere con il valore della persona, poiché chi è forte fisicamente e tecnicamente vincerà sul tatami, malgrado possa non eccellere nella quotidianità come individuo. Ciò è anche dovuto alle moderne regole di combattimento che tendono a premiare più gli atleti che i combattenti; più la tecnica che lo spirito. La divisione per categorie di pesi è ormai incontrovertibile e per quelli di categorie superiori, il peso è diventato un vantaggio importante quanto il progresso nella tecnica.

Ci dovremmo ora chiedere se questa evoluzione del karate sia una fatalità oppure se a essa vi siano delle alternative migliori? Noi non possiamo trovare una risposta se consideriamo sport e Budō separatamente; perché abbiamo appena visto che karate e Budō sono un prodotto culturale, storico e sociale. In fondo, la evoluzione delle arti marziali è direttamente collegata alla logica stessa dell’evoluzione capitalista del mondo attuale. In questo quadro non c’è alternativa. L’unica cosa che possiamo fare come insegnanti è cercare di lasciare il mondo “fuori”, durante quelle poche ore a settimana che possiamo dedicare all’insegnamento. Perché il karate di oggi riprenda il suo pieno senso educativo, riteniamo che occorra ritornare al punto di partenza della sua creazione. Il criterio di giudizio del valore risiede in noi stessi e non nelle regole che ci vengono imposte.

Bisogna convincere i nostri allievi a stimarsi, stando bene attenti a non premiare mai l’arroganza: prima che i giudici decidano se si ha combattuto bene oppure no, si deve essere coscienti di quello che si è fatto. Questo concetto è sempre legato alla idea che la via delle arti marziali è in fondo un percorso che si fa in solitario. È perciò necessario sviluppare quella sensibilità che permette di vedere se stessi da angolazioni diverse e, cosa più importante, obiettive, così da correggersi. In tal modo le arti marziali acquistano un senso educativo e la preparazione agonistica diventa una sfida stimolante con se stessi e non solo finalizzata a battere l’avversario; poiché le arti marziali sono fondamentalmente una pratica di auto-educazione. Non è un’altra persona che ci educa, ma noi stessi. Il maestro è una guida, ma come recita un detto zen: “Solo quando l’allievo è pronto, il Maestro compare”.

La modernizzazione del Budō va intesa come passaggio da un sistema d’allenamento quasi esoterico (i maestri allenavano un allievo per volta e in segreto)13 a uno formalizzato e istituzionalizzato come metodo di educazione fisica nelle scuole elementari di Shuri (Okinawa). Oggi invece si pratica in gruppo e lo scopo principale dello sport di combattimento è quello di consentire a due individui di confrontarsi in termini di capacità e abilità, per affermare una simbolica superiorità dell’uno nei confronti dell’altro. In realtà la situazione artificiale che si crea nel combattimento di gara, mediata da regole improntate allo spirito sportivo, capovolge quell’ordine essenziale per cui la gara deve servire alla pratica marziale e non viceversa; onde la necessità per l’insegnante di compensare moralmente eventuali risultati non positivi di praticanti completi, ma che non eccellono nel kata o nel kumite. Così facendo, la pratica agonistica cessa di essere un momento di frustrazione, per diventare un confronto utile con il prossimo. Sappiamo inoltre che in gara nella esecuzione dei kata, l’aspetto figurativo prevale su quello dell’efficacia. Il kata inteso come esercizio ginnico marziale viene valutato con una serie di parametri (espressività, ritmo, ecc.), senza tener conto di ciò che costituisce l’essenza nella trasmissione del karate.

Concludendo, le arti marziali così come sono giunte a noi, attraverso migliaia d’anni e generazioni di maestri, si sono arricchite, strutturate, adeguate al contesto sociale e possono essere ormai definite come sport, discipline di combattimento, vie spirituali, sistemi d’educazione fisica e persino attività ludico-ricreative nel caso dei bambini. Il valore educativo delle arti marziali, sia in ambito agonistico che amatoriale, come lo vogliamo intendere oggi si basa fondamentalmente sulla idea di impegnarsi in qualsiasi attività come investimento su se stessi e quale utile via di auto-miglioramento. Nel karate non si può più affermare io “sono più forte di te”, ma si può tuttavia avere la consapevolezza che “io mi impegno più di te”; e le gare, per quanto utili possano essere per affinare tecnica e carattere, non servono a premiare quello specifico impegno in palestra che deve, per converso, essere lodato dal tecnico ancor più che la conquista di una medaglia, visto che quando le gare finiscono al praticante resta solo il continuo desiderio di migliorarsi, per l’appunto, in palestra. Dunque è utile insegnare più che il desiderio di vincere quello di perfezionarsi. Un incontro o un kata dura solo pochi minuti, ma la pratica ci accompagna per tutta la vita.
Riccardo Rosati

NOTE
[1] Oltre a essere l’autore de Il libro dei cinque anelli (1645), da decenni studiato e letto da moltissimi praticanti delle arti marziali di area nipponica e non solo, è stato anche un formidabile combattente. A cinquanta anni si ritirò per dedicarsi allo studio, alla letteratura e ad altre discipline, diventando un maestro in molte di esse come, ad esempio, la pittura, la calligrafia e l’arte della forgiatura degli tsuba (鍔. guardamano della katana. Queste sono opere molto ricercate dai musei e dai collezionisti di tutto il mondo), che spesso sono delle vere e proprie opere d’arte.
2] Onde evitare tediosi ripetizioni concettuali, in questo studio, malgrado si affrontino tematiche legate più strettamente al karate, si ritiene che i princìpi generali del rapporto tra il Dō e la pratica sportiva siano in buona misura applicabili anche ad altre discipline da combattimento sviluppatesi in Giappone.
3] Emblematica la posizione critica tenuta ormai da anni dal famoso maestro e studioso di formazione accademica Tokitsu Kenji, il quale, fuoriuscito dal karate Shōtōkan, ha poi fondato prima lo Shaolinmon e poi il più personale Tokitsu-ryū. L’accusa fatta da questo maestro verso il karate riguarda la eccessiva sportivizzazione della disciplina che, a parer suo, ne comprometterebbe la efficacia. Per quanto concerne l’Italia, invece, Enzo Montanari (ex agonista di ottimo livello) si allinea in sostanza sulle posizioni del giapponese, ma con un tono decisamente più polemico e meno scientifico (vedi bibliografia).
4] La maggior parte dei kata (forme) inizia con una parata proprio per evidenziare che la prima tecnica eseguita deve essere sempre e comunque una di difesa e non di offesa.
5] Nei primi anni del 1700 il pugile inglese James Figg (1665- 1740) concepì il pugilato come uno sport dove era più importante difendersi che attaccare. Lo stesso Figg fu il primo a definire il pugilatonoble art. Nel 1719 vinse il campionato d’Inghilterra e si autoproclamò campione del mondo di pugilato dopo quindici incontri vinti consecutivamente.
6] Ciò avvenne non solo grazie alla ammissione di questa disciplina alle Olimpiadi Estive di Tōkyō (1964), ma specialmente per la ricerca pedagogica portata avanti dallo stesso Kanō. Egli è infatti da considerarsi forse come la più significativa figura di educatore legato al mondo delle arti marziali orientali.
7] L’arte della guerra di Sun Tzu, Roma, Newton Compton, 1994, p. 40.
8] Ormai, è più corretto chiamarlo Sunzi (in cinese: 孫子; pinyin: Sūnzǐ). È stato un generale e scrittore, vissuto probabilmente fra il VI e il V secolo a.C. A lui si attribuisce uno dei più importanti trattati di strategia militare mai scritti, L’arte della guerra (孫子兵法, Sūnzǐ Bīngfǎ).
9] Lezioni spirituali per giovani samurai di Yukio Mishima, Milano, Feltrinelli, 1999, p.75.
[10] Le ultime parole di Mishima, a cura di Emanuele Ciccarella, Milano, Feltrinelli, 2001, p.33.
[11] Celebre, a tal proposito, la frase dall’autore dell’Hagakure (1709-1916), Yamamoto Tsunetomo: “Ho scoperto che esser samurai significa dover morire”. Per una attualizzazione di questi concetti espressi nel libro di Yamamoto, segnaliamo il curioso e originale film: Ghost Dog – Il codice del samurai (1999), di Jim Jarmusch, che presenta un addattamento in chiave suburbana dei precetti espressi nell’Hagakure.
[12] Sino a quel momento in Giappone esistevano quasi esclusivamente due gradi: cintura bianca (kyū ) e nera (dan). Quest’ultimo termine vuol anche dire “gradino”, dunque il passaggio dallo stato di non conoscenza a quello di ascensione verso il sapere.
[13] Sempre durante la Restaurazione Meiji, il Giappone si apre alla cultura occidentale, importando conoscenze e studiosi dalle maggiori potenze dell’epoca. Dall’Italia si prende ovviamente la conoscenza artistica, con l’arrivo nell’Arcipelago di insegnanti d’arte, tra tutti ricordiamo Edoardo Chiossone (1833-1898). Questa apertura influenzò persino l’insegnamento del karate che mutuò l’inquadramento in file degli allievi, dallo schieramento utilizzato per le esercitazioni nelle accademie militari di stampo prussiano.
Bibliografia
AAVV, dispense per le qualifiche di allenatore eistruttore, a cura della AWKJ-Italia
Berengario, C., 1998 – Karate dalla A alla Z Manuale Interstile Pratica – Apprendimento – Insegnamento, Nuova Editrice Spada – Roma
Ciccarella, E., (a cura di), 2001 – Le ultime parole di Mishima, Feltrinelli, Milano
Mishima, Y., 1999 – Lezioni spirituali per giovani samurai, Feltrinelli, Milano
Musashi, M., 1993 – Il libro dei cinque anelli, Mondadori, Milano
Montanari, E., 1995 -Karate sconosciuto, Edizioni Mediterranee,Roma
Shiomitsu, M., Kyu Grading Syllabus, voll. 1-3, Toptown Printers, Devon (UK)
Sun Tzu, 1994 – L’arte della guerra, Newton Compton, Roma
Tokitsu, K., 1994 – Storia del karate. La via della mano vuota, Luni, Milano
Tokitsu, K.,’Il valore educativo delle arti marziali dalle origini all’epoca moderna’, articolo online:

http://www.shaolinmon.it/index.phpoption=com_content&task=view&id=26&Itemid=1

Vernengo, M., ’Scopo delle Arti Marziali’, articolo online: http://www.shaolinmon.it/index.phpoption=com_content&task=view&id=16&Itemid=1
Yamamoto T., 2001 – Hagakure. Il libro segreto dei samurai, Mondadori, Milano
Filmografia
Ghost Dog – Il codice del samurai, regia di Jim Jarmusch, con Forest Whitaker, Cliff Gorman, Henry Silva, 111’, 1999, DVD, Elle U Multimedia
Un ringraziamento particolare va agli istruttori della palestra Yamashita (http://www.asyamashita.com/) di Roma, Francesco Stazi e Alessandro Venanzoni, per la disponibilità e la guida tecnica.

AttivitàFitnessL’agonismo nel karate: formazione e Tradizione a confronto.